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Studioso – Erodoto conia i termine “ MAGO ” 2° Parte

Studioso – Erodoto conia i termine “ MAGO ” 2° Parte - CARTOMANTE CARTOMANZIA
             Il termine moderno “Mago” fu coniato da Erodoto
                nel periodo splendente dell’Imp. Greco Romano



… Seconda Parte




3) Il messaggio di Erodoto
 
Nel dialogo che abbiamo preso in considerazione non troviamo solo la conferma di quanto affermato in precedenza a proposito della discussione nel mondo greco e, quindi, della comunicazione (politica, in questo caso), ma anche un indicatore importante circa le finalità, soprattutto dal punto di vista politico, di Erodoto.
 
È opportuno tornare per un istante al proemio, in particolare al fine dichiarato di tramandare “affinché gli avvenimenti umani con il tempo non si dissolvano nella dimenticanza e le imprese grandi e meravigliose, compiute tanto dai Greci che dai Barbari, non rimangano senza gloria…”; in precedenza, a questo proposito, si è parlato appunto di fine ultimo di Erodoto.
E proprio da questo punto di vista è lecito chiedersi che cosa lo storico di Alicarnasso abbia voluto trasmettere ai suoi lettori (inizialmente ascoltatori) attraverso la sua opera. Certo nelle Storie troviamo una massa di informazioni gigantesca, si parla di tutto o quasi, tuttavia è possibile cogliere un elemento politico: l’esaltazione della democrazia.
 
Maurizio Villani, trattando del potere nel mondo antico, delinea il contesto in cui è maturata l’opera erodotea: “Il quadro storico in cui va collocata la riflessione sul potere presente nei due maggiori storici greci, Erodoto e Tucidide, è quello della Atene del V secolo a.C. fu, infatti, attorno alla metà del quinto secolo che la democrazia ateniese raggiunse la sua forma definitiva, definendo un sistema socio-politico in cui gli ordinamenti riconoscevano l’uguaglianza di fronte alla legge e la libertà di parola. Si trattava pur sempre di una democrazia limitata ad una minoranza, giacchè solo gli ateniesi godevano dei pieni diritti di cittadinanza, mentre gli schiavi e i meteci ne erano esclusi. Tuttavia il confronto tra il regime politico ateniese e quello degli altri popoli evidenziava la superiorità del sistema democratico rispetto a tutti gli altri sistemi di potere: l’eccellenza della democrazia chiaramente espressa da Erodoto e Tucidide.”
 
Villani cita come esempi della propaganda a favore dei regimi democratici contenuta nelle Storie il famoso dialogo sulle forme di governo svoltosi tra dignitari della corte persiana nel III libro (l’esaltazione della democrazia fatta da Otane) e un brano del libro V, in cui si parla del ristabilimento del regime democratico di Clistene:
“E così Atene s’era fatta potente.
 
Appare, quindi, manifesto, non da quest’unico caso, ma in generale, qual tesoro prezioso sia l’uguaglianza di diritti, se gli Ateniesi che, sotto l’oppressione tirannica, non si distinguevano affatto nelle arti di guerra da nessuno dei loro vicini, quando, invece, si liberarono dai tiranni divennero di gran lunga i più potenti di tutti.
 
È, dunque, evidente che quando erano schiavi deliberatamente si lasciavano vincere, convinti di operare per il tiranno; una volta liberi, invece, ciascuno si dava da fare con grande zelo in vista del suo proprio interesse.”
È il caso di sottolineare il fatto che Erodoto estenda dal particolare al generale le sue considerazioni sulla democrazia (“…non da quest’unico caso, ma in generale,…”).
 
Tornando alla discussione tra i dignitari persiani, è bene ricordare che non tutti hanno letto in quelle righe un atteggiamento particolarmente favorevole al regime democratico da parte dello storico di Alicarnasso (c’è però un generale accordo nel ritenere la sua opera, nel complesso, filodemocratica); è il caso di Chevallier, che, riferendosi al dialogo fra i tre persiani, afferma: “Posto che in questa pagina tanto famosa non si possano vedere quali sono le preferenze di Erodoto, egli però ce le scopre assai chiaramente nell’insieme della sua opera storica. Ebbene, la storia di Erodoto, mentre rivela l’odio per la tirannide e cioè per la concezione orientale o barbara del potere (tiranno è un termine di origine asiatica), è tutta permeata dall’amore per la libertà ellenica e cioè di quella libertà fondata sulla legge e che, con la guida di Atene, era riuscita vittoriosa dalla prova terribile delle guerre persiane. Insomma, non c’è dubbio alcuno: Erodoto, come Otanes, crede nella democrazia.”
 
Certamente si può essere d’accordo con Chevallier sull’assenza di chiari riferimenti alla superiorità della forma di governo democratica, tuttavia appare piuttosto improbabile che i persiani, alla metà del VI secolo, discutessero di costituzioni utilizzando i termini che Erodoto mette loro in bocca; ma la drammatizzazione e l’allontanamento della discussione è un ottimo espediente, per ascoltatori ancora vicini alla cultura orale, per affrontare la questione del miglior regime nella sua astrattezza.
 
Si tratta quindi di un espediente, i dignitari persiani sono i personaggi di quella che, in parte, è una finzione, avente lo scopo di permettere all’autore di intraprendere un’analisi comparata delle tre forme di governo.
 
Sulla grecità di Erodoto e sul suo intento celebrativo della libertà greca non ha dubbi un importante storico delle dottrine politiche, Mario D’Addio: “Fu proprio la guerra persiana, che oppose le poleis al grande impero di gran lunga più potente, a dare coscienza alla Grecia del valore essenziale sul quale si basava il suo mondo politico: la libertà, il sentimento della personale partecipazione alla vita della polis. (…) Quando Erodoto indaga la ragione della guerra fra la Persia e la Grecia, alla fine la ritrova nella contrapposizione fra la libertà, propria del mondo greco, e il dispotismo dell’impero persiano: essa sola ci spiega il rifiuto di sottomettersi al re dei re, denominato con il termine di despota, signore assoluto, che riduce tutti – compresi i nobili, i dignitari di corte, i comandanti militari – al rango di servi, dinanzi al quale bisogna prosternarsi e quindi annullarsi. La vittoria nei confronti di un avversario così potente scaturisce dalla libertà, che è in grado di moltiplicare le energie e di suscitare una unità di intenti, contro la quale si infrange la forza di un esercito formato di servi.”
A tal proposito D’Addio fa riferimento alla risposta, riportata nelle Storie, che due spartani, consegnatisi come ostaggi e pronti alla morte, danno al satrapo Idarne:
“(…) Così gli Spartani mandarono ai Medi costoro, convinti che sarebbero andati a morte.
Degna d’ammirazione è, certo, la forza d’animo di questi uomini, ma, oltre a ciò, merita lode il linguaggio che tennero nella seguente circostanza. Mentre si recavano a Susa, arrivarono presso Idarne, che era di origine persiana, ma comandava le truppe delle regioni costiere dell’Asia: costui li accolse offrendo loro un banchetto ospitale e mentre erano a tavola fece loro questa domanda: “Perché mai, o Spartani, voi rifuggite così dal legarvi d’amicizia con il re? Guardando a me e alla mia attuale fortuna, voi potete constatare come sappia il re onorare gli uomini per bene. Così sarebbe anche per voi, se voleste darvi al re (presso di lui, infatti, avete fama di essere uomini di valore); ciascuno di voi avrebbe un comando in Grecia, che il re gli affiderebbe”. A queste proposte essi risposero così: “O Idarne, il consiglio che rivolgi a noi non parte da un’uguale esperienza di ambedue le condizioni: tu parli per aver provata una delle due cose, ma dell’altra sei inesperto: sai, infatti, che cosa significhi essere schiavo, ma la libertà non l’hai ancora provata: non sai se sia dolce o no. Poiché, se soltanto l’avessi gustata, non solo con le lance ci consiglieresti di lottare per difenderla, ma anche con le scuri”. Questa fu la risposta che diedero a Idarne.”

Esiste poi un indicatore dell’atteggiamento filo-democratico (e, potremmo dire, delle finalità filo-democratiche) di Erodoto; tale indicatore è riferibile alla struttura dell’opera nel suo complesso.
A questo proposito è opportuno inserire nel presente lavoro, vista l’ampiezza e la complessità dell’opera erodotea, una brevissima sintesi del contenuto delle Storie.
La sezione più vasta delle Storie è intessuta sui quattro sovrani di Persia: Ciro il Vecchio, Cambise, Dario, Serse, intorno a cui si salda la molteplice varietà di temi presenti nell’opera.
Libro I (Clio). Dopo il proemio Erodoto espone i motivi che hanno determinato la inveterata ostilità tra l’Oriente e la Grecia e, fatto riferimento alle motivazioni mitiche, passa a Creso, re di Lidia, il primo che, secondo la sua ricerca storica, ha osato agire ingiustamente contro la Grecia, portando guerra alle città dell’Asia Minore. Si raccontano le vicende della stirpe cui apparteneva Creso, a partire dall’episodio di Gige e Candaule fino agli avvenimenti che determinarono il crollo di Creso, con la conquista persiana ad opera di Ciro. Si passa quindi a narrare la storia della Persia e dei Medi, a cui prima essa era soggetta. Il racconto poi tratta di Ciro, fondatore della potenza persiana fino al suo dominio sulle popolazioni greche della costa asiatica, la Babilonia e alla morte che lo colse mentre era in guerra contro i Massageti. Digressioni di carattere etnologico e geografico si accompagnano ai paesi di cui si tratta.
Libro II (Euterpe). Erede di Ciro è Cambise, che si spinge fino all’invasione dell’Egitto (525 a.C.); a questi avvenimenti viene dedicato un ampio spazio.
Libro III ( Talia). La folle e crudele spedizione di Cambise contro l’Egitto occupa anche la prima parte del terzo libro. In contemporanea, Sparta è in guerra contro Samo, si apre dunque una digressione a proposito del tiranno samio Policrate, che si inimicò Corinto. Digressione su Periandro, signore di Corinto. Si torna alla storia persiana, con la morte di Cambise, a cui succede Dario, dopo aver smascherato il falso Smerdi che si era proclamato re. L’interessantissima discussione tra Dario e due notabili persiani vertente sul tema della migliore forma di governo: si discute su democrazia, oligarchia e monarchia (come si ricorderà, l’ultima prevale). Digressione sull’India e sui paesi che versano tributi al re. I persiani conquistano Samo e riescono a sedare una rivolta in Babilonia.
Libro IV (Melpomene). Campagna di Dario contro gli Sciti e digressione sulla Scizia. Discussione sulla forma della terra: Erodoto prende le distanze dalla teoria di Ecateo. Il libro termina con una parte dedicata alla Libia.
Libro V (Tersicore). Dario conquista la Tracia, rivolta antipersiana delle città greche della Ionia capeggiata da Mileto (499-494 a.C.), il cui reggente Aristagora si reca per chiedere aiuto prima a Sparta, che rifiuta e poi ad Atene, che risponde favorevolmente. Digressione sulla storia di queste due città, quasi un corrispettivo delle parti riguardanti i paesi barbari. I persiani conquistano Mileto.
Libro VI (Erato). Dario organizza la spedizione contro la Grecia (492-490). Erodoto introduce la figura di Milziade, trionfatore di Maratona. Ancora due digressioni, una su Sparta, ed una su Atene, con la famiglia degli Alcmeonidi ed Agariste che sogna di partorire un leone: darà alla luce Pericle.
Libro VII (Polimnia). Serse, succeduto al padre Dario, promuove una nuova spedizione contro la Grecia; Erodoto si sofferma con attenzione a descrivere i prepararivi nei particolari più minuti; descrivendo il ponte di barche sull’Ellesponto; la battaglia delle Termopili (480 a.C.) chiude il libro.
Libro VIII (Urania). Libro dedicato alle fasi belliche: battaglia navale dell’Artemisio, battaglie di Salamina (480 a.C.) e Platea (479 a.C.).
Libro IX (Calliope). L’esercito persiano è sbaragliato. Nel 478 a.C. gli Ateniesi conquistano la roccaforte di Sesto, sull’Ellesponto. Qui si conclude l’opera di Erodoto.
Questo schema, pur essendo ben lontano dal rappresentare un vero riassunto, ci permette di visualizzare un dato strutturale delle Storie: il rilevante spazio dato da Erodoto alle vicende dell’Impero persiano.
Nelle Storie si assiste alla nascita di un grande impero, inarrestabile nella sua espansione fino allo scontro con il mondo greco. Si è detto in precedenza dell’atteggiamento filo-greco di Erodoto; ciò, tuttavia, non impedisce al nostro autore di esaltare la potenza che i persiani raggiunsero: “Una delle ragioni o delle suggestioni che dovettero fortemente operare sullo scrittore di Alicarnasso nel concepire il piano delle Storie fu l’ammirazione per la potenza dominatrice dell’Asia: è naturale, infatti, pensare che Erodoto, suddito dell’impero persiano in un periodo di fortunata prosperità, tutto preso dall’eroica figura di Artemisia, che rappresentava il potere imperiale nella città natia, abbia concepito il desiderio di visitare e descrivere i paesi su cui si era venuta a estendere la potenza di Ciro e di Dario (…)”
Ma Luigi Annibaletto parla anche del secondo (e decisivo) amore di Erodoto: “Intanto, le vicende della sua nomade vita lo avevano fatto approdare alle coste dell’Ellade e qui, tra lo splendore dell’Atene di Pericle, tra quegli uomini “duri come querce” che avevano infranto il sogno ambizioso di Serse, in dimestichezza con il grande Tragico di Colono (la cui opera è tutta un’esaltazione della libertà, nel nome della quale traggono forza contro i tiranni e il destino anche fanciulle dalla fragile vita), Erodoto sentì la grandezza di quell’epica impresa, per cui fu arrestato sul suolo di Grecia l’immenso esercito che prosciugava al suo arrivo i fiumi, che apriva alle sue navi la rotta attraverso il continente, che aggiogava il mare perché vi passassero, orgogliosi, fanti e cavalli.” Qualcosa di immenso, dunque, era stato compiuto dai Greci; ma come era stato possibile? Annibaletto conferma in pieno la nostra impostazione: “Di questo prodigio era stato capace un piccolo popolo, che aveva da natura come compagna la povertà, ma a cui valide leggi avevano dato un abito di cosciente coraggio, che lo proteggeva sia contro le insidie della povertà sia contro la prepotenza dei tiranni. Questo era vanto di quel “regime di uguaglianza” che lo Storico per la prima volta sentiva e vedeva nella sua splendida realtà. Forse, allora, nell’animo suo di apolide, alla ricerca incessante di un qualche cosa che desse scopo degno alla vita e per cui fosse bello combattere e bello, anche, con la spada in pugno morire, risentì l’orgoglio immenso di esser Greco, ebbe la piena consapevolezza di appartenere al popolo depositario dei più alti valori dello spirito (…).”
Tutto ciò ci permette una riflessione a proposito della struttura delle Storie: da una parte, infatti, si sottolinea l’immensa potenza dell’impero persiano, dall’altra, si esalta l’epica lotta tra la Grecia e la Persia, fino a giungere ad una vera e propria celebrazione della gloriosa resistenza greca. Si tratta di un’abile e strumentale contrapposizione che permette all’autore di porre gli avvenimenti sotto la luce del miracolo, dovuto alla superiorità, che potremmo definire politico-culturale, del mondo greco rispetto a quello persiano.

Conclusioni
 
Esistono certamente svariati punti di vista da cui analizzare l’opera di Erodoto: egli è infatti uno storico e un artista. La lettura politica delle Storie è, per un esperto come Annibaletto, qualcosa di marginale: “Certo Erodoto ebbe in qualche momento l’intuizione di un’esigenza politica; sentì, cioè, l’ideale politico che vive nella storia (e ne trattò in qualche felice capitolo); ma egli è soprattutto un artista e il significato primo, il valore vero della sua opera consiste nella gioia del raccontare, che tutta la pervade; in quel sorprendente, ricco, svagato o malinconico novellare, frutto della grazia ionica, (…).” Ci sono anche, innegabilmente, aspetti che, in qualche modo, richiamano alla mente sia i poemi omerici, sia la tragedia: “E’ omerico (…) quell’inesausto e inesauribile suo favoleggiare; quello stupore attonito con cui guarda il più piccolo particolare d’un quadro, d’una situazione; quella ricerca del nuovo, del curioso; l’amore dell’aneddoto ora scherzoso, ora malizioso, molto spesso triste; ma è pur tragica quell’incombente, astiosa minaccia che senti gravare su tutto, su tutti (“poiché era destino che male lo cogliesse” ripete spesso, quasi sconsolato, lo Storico); tragico è quel doloroso senso che è tutto inutile il nostro travaglio (…)”
 
Il ragionamento di Annibaletto si conclude con l’individuazione dell’elemento unificante di un’opera che, per la sua complessità e strutturale e concettuale, può effettivamente fornire materiali per interpretazioni anche contrastanti; è questo d’altronde il destino delle opere “nate per trascendere il tempo e a cui l’esperienza dei secoli passati assicura la vita nei secoli futuri.” L’autore della traduzione utilizzata per il presente lavoro, consapevole di ciò, considera il dinamismo umano il tema di fondo delle Storie: “Sennonché l’uno e l’altro elemento, l’epico e il tragico, non sono che aspetti parziali dell’opera di Erodoto; come il suo mondo non si esaurisce nelle ricerche etnico-geografiche che danno materia ai primi cinque libri; né si risolve nel duello tremendo fra Occidente e Oriente cui sono dedicati gli ultimi quattro: c’è una “realtà maggiore e fondamentale,” come è stato giustamente osservato, che tutte le precedenti comprende e unifica, “il dinamismo umano, ossia è l’infinita materia e inesausta potenza delle umane passioni, dove palpita e freme la gran forza della natura. Dal poderoso rigoglio di questa forza nulla s’astrae, neppure il divino; nulla se ne scioglie e libera; nulla ha vigore di opporsi a quella (…).”
 
L’uomo, quindi, la sua umanità vengono posti al centro dell’attenzione nell’opera erodotea; ma, a ben pensarci, che cosa c’è di più umano del comunicare, dell’interazione tra individuo e individuo? La civiltà greca, come si è più volte ricordato nelle pagine precedenti, ha rappresentato un momento essenziale per la genesi e lo sviluppo del pensiero politico: essa, attraverso l’affermazione e la dimostrazione “della intrinseca razionalità della politica, ha individuato gli ideali, i principi, i concetti fondamentali che ci consentono di concepire l’attività politica in modo organico e sistematico, e quindi di fare politica.”
 
Da questo punto di vista, uno dei contributi più importanti, se non il più importante, del pensiero greco è rappresentato dall’individuazione dell’elemento su cui si fonda l’idea stessa di comunità: la parola. Essa, in quanto lingua, “consente agli uomini e alle collettività di riconoscersi, cioè di sentire e di intendere la vivente continuità che sussiste fra tutte le loro esperienze.”
E proprio argomentando questo concetto Mario D’Addio scrive : “Il pensiero politico greco ha avvertito l’essenziale rapporto che sussiste fra la lingua e le prime forme di aggregazione umana. Aristotele indica tali forme con il termine di koinonia: la traduzione italiana, derivata dal latino, “comunità” pone in evidenza ciò che è comune, con riferimento alla parola greca koinòs, che significa, per l’appunto, comune: ma il termine koinonia può essere riferito al corrispondente verbo koinoneo, che significa “comunico con”. Nel lessico greco si intende quindi sottolineare che ciò che è essenziale al gruppo, ciò che consente ad esso di costituirsi, è proprio il fatto che i singoli “comunicano fra di loro”: il comunicare, il dialogo e quindi la parola costituiscono il fondamento delle forme di organizzazione umana.”
Mi sembra assai difficile rendere in modo più chiaro di così la prospettiva che abbiamo abbracciato in questo lavoro.
 
Inoltre, per quel che concerne l’arte della persuasione, ci possiamo rifare ad Isocrate, grande oratore ateniese: “Infatti nelle altre facoltà che abbiamo non ci differenziamo affatto dagli animali, ma siamo inferiori a molti per la velocità e la forza e le altre risorse. Ma poiché è connaturata in noi la facoltà di persuaderci gli uni con gli altri e di render chiaro a noi stessi ciò che vogliamo, non solo siamo usciti dallo stadio di vita selvaggia, ma ci siamo riuniti, abbiamo costruito città, dato leggi e inventato arti, e quasi tutto quanto noi abbiamo compiuto è la capacità di parlare che ci ha aiutato a compierlo.”
 
In precedenza abbiamo parlato di Gianpietro Mazzoleni, il sociologo della comunicazione citato a proposito del rapporto tra comunicazione politica e retorica; nelle riflessioni di questo studioso è presente la consapevolezza dell’intima connessione esistente fra il problema dei rapporti politici tra i membri di una comunità e l’effetto del discorso persuasorio. Chi sa ben parlare ha in mano la cosa politica; e questo è qualcosa di assolutamente attuale anche ai giorni nostri.
 
Massimo Bonanni, riguardo all’invenzione del politico, ci ricorda la fondamentale importanza della discussione nell’ambito della civiltà greca; tale civiltà, anzi, faceva della discussione (anche di quella politica) un autentico modo di vivere.
 
Nelle Storie tutti questi elementi sono chiaramente rinvenibili; pur esistendo indubbiamente l’Erodoto artista (e forse è l’aspetto predominante), troviamo un Erodoto greco, portatore della cultura greca, del modo di pensare greco. Sotto questo aspetto possiamo parlare di un modello, che definirei greco, di comunicazione; Erodoto è un uomo che ha ben presente il significato e il valore della discussione, e ciò traspare spesso all’interno della sua opera.
 
Ma potremmo forse andare oltre ed individuare nello Storico, oltre al senso della discussione con gli altri, anche quello della discussione con se stesso; egli è, infatti, sempre pronto a prendere in considerazione l’altra ipotesi, spesso sembra dire: “Discutiamone.”
 
Basti pensare che Erodoto, pur essendo decisamente, come si è visto, favorevole alla democrazia e detestando in modo netto la tirannide, non assume un atteggiamento da fondamentalista: elogia la democrazia, ma ne individua e, soprattutto, ne riconosce anche i difetti e i pericoli, spingendosi fino al punto di dipingere il popolo come una folla buona a nulla, inconsapevole di quello che fa.
 
E questa caratteristica è ben identificabile in ciò che in precedenza abbiamo definito relativismo culturale; nelle Storie troviamo la pluralità, di stili di vita, di ideologie e di culture. Addirittura sembra considerare l’irragionevole smania di uniformare differenze di natura e di cultura, in quanto sovvertimento dell’ordine del mondo, la principale causa delle sconfitte contro cui è andata a cozzare la sete espansionistica dell’impero persiano.
La sua militanza culturale, in altre parole, non gli impedisce di assumere un atteggiamento scientifico e proprio in questo ci si rende conto di quanto avesse ragione Cicerone nel ritenerlo il padre della storia.
 
Ma, per concludere, l’elemento che più ha importanza, in questa sede, è l’assoluta fiducia nel dialogo, che Erodoto utilizza (strumentalmente, spesso) per quella che abbiamo definito comunicazione politica; attraverso il dialogo, la discussione si possono trovare le soluzioni più giuste.
Più che di modelli, in assoluto forse rinvenibili, ma solo attraverso un’analisi del testo erodoteo incompatibile con i limiti e le finalità del presente lavoro, è probabilmente preferibile parlare del modello, quello greco appunto, che rappresenta il prodotto di quella civiltà di cui siamo ancor oggi in larga misura debitori, a cominciare dalla disponibilità al dialogo e dal piacere derivante dalla discussione, dal confronto con l’altro e con l’altrui opinione; pensandoci bene, non è solo un’eredità, ma anche una lezione che ancora ai nostri giorni non abbiamo compreso bene.
 
 
 
(Consulta i link per approfondire)
 
28/10/2008 17:46